Chitarra semiacustica: genesi e modelli che hanno fatto la storia

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La Chitarra Semiacustica

La Chitarra Semiacustica: genesi e modelli che hanno fatto la storia

L’incontro fra chitarra ed elettricità fu uno degli avvenimenti musicali più importanti del Novecento, un incontro che diede inizio a una nuova storia fatta di ricerca, sperimentazione e tentativi empirici azzardati, che portarono alla realizzazione di modelli nuovi e affascinanti, in grado di incidere in maniera indelebile sul sound contemporaneo. La chitarra semiacustica, inaugurata nel 1958 dalla Gibson, si pone lungo la scia di questa storia.

Andiamo allora a scoprire come la chitarra semiacustica è nata e si è sviluppata.

Più volume! L’origine di tutto

Il Novecento, da un certo punto di vista, è il secolo della chitarra. È infatti in questo periodo che lo strumento ha la sua maggiore diffusione, in coincidenza con la nascita di nuovi generi musicali popolari e con gli sviluppi di nuove tecnologie e tecniche costruttive.

Con il passare degli anni le richieste dei chitarristi per un volume più alto crebbero sensibilmente. Ciò che volevano era un suono che permettesse loro di emergere in ampi spazi o in complessi strumentali, dove troppo spesso si ritrovavano relegati gioco forza a un ruolo di semplice accompagnamento.

A questa esigenza si rispose con una serie di tentativi che testimoniano la creatività, la varietà e l’arditezza di una serie d’inventori/costruttori senza i quali la musica popolare contemporanea sarebbe oggi inevitabilmente diversa.

La chitarra semiacustica si colloca proprio nell’ambito di questi tentativi, un esperimento animato tuttavia da un’intenzione ben precisa: guadagnare un buon volume senza perdere le caratteristiche timbriche naturali dello strumento, in altre parole, “fondere il timbro caldo e naturale delle casse in legno delle acustiche con il suono elettrico e metallico dei pick-up” (Tony Bacon – Paul Day).

Le “madri” della chitarra semiacustica

Proprio per il contesto in cui si inserisce, la chitarra semiacustica è il risultato di un processo storico e il suo sviluppo sarebbe impossibile da capire senza prima trattare, se pur per sommi capi, i modelli acustici che l’hanno preceduta e dai quali è scaturita.

Le chitarre acustiche possono essere divise in due grandi famiglie: i modelli flat-top (a tavola piana) e arch-top (a tavola arcuata). Nei primi rientrano una vasta gamma di chitarre: dalle classiche con corde di nylon, passando per le flamenco, fino alle folk con corde di metallo.

Le chitarre acustiche flat-top

Fu durante il XIX secolo, soprattutto con i modelli Torres, che la chitarra assunse la sua forma tradizionale, quella detta generalmente “classica”: forma arrotondata della convessità inferiore, avvicinamento del ponte alla buca, impiego di legno più sottile e incatenatura a ventaglio. Per renderci meglio conto del passaggio possiamo vedere confrontati un modello Torres del 1876 (Fig.2) con uno precedente in Fig.1 (Lacote 1835).

FIG.1 Lacote (1835)Una chitarra che evidenzia uno stile antico, sia nella forma dolce (che ricorda i modelli barocchi), sia nella tastiera corta e smussata. Le meccaniche per l’accordatura dello strumento sono completamente nascoste dietro la paletta.FIG.2 Torres (1876)Chitarra che mostra le caratteristiche tipiche dei modelli Torres. La forma si sta ormai avvicinando a quella che diverrà lo standard del XX° secolo. Inizialmente lo strumento aveva undici corde, che passarono a sei nel 1945.FIG.3 Torres (1182)Per costruire questo modello, che vediamo dal retro e di lato, Torres usò del palissandro scuro brasiliano. Da notare la profondità della cassa. Il fondo presenta due linee che dividono il retro in tre assi “a libro”.

Sempre durante lo stesso secolo anche gli Stati Uniti iniziano a recitare un ruolo importante nella costruzione della chitarra. Nel 1833 nasce a New York City la Martin (che presto si trasferirà a Nazareth, Pennsylvania), i cui modelli erano caratterizzati non solo da una grande attenzione alla decorazione e agli ornamenti, ma anche da una serie di caratteristiche innovative che avrebbero imposto uno standard per i modelli futuri: oltre alle corde metalliche, la Martin fu infatti fra le prime a introdurre le corde metalliche, l’incatenatura a “X” e l’inserimento di un ponte “bombato” per una maggiore resistenza alla tensione delle corde.

Nel 1916 nacque la Martin Dreadnought (Fig.4), una chitarra a vita ampia, con le spalle squadrate e una cassa molto grande, tutti elementi che avrebbero costituito un punto di riferimento per le altre case produttrici.

FIG.1 MARTIN Brazil D-41Le Questa Martin Dreadnought fu prodotta per il XX° anniversario della casa e fu costruita in palissandro. Da notare la tipica forma della ampia cassa Dreadnought. Tipici della casa i motivi decorativi intorno alla buca, sul battipenna e sul bordo della tavola.FIG.5 D’ANGELICO Excel (1950) Le D’Angelico erano le arch-top più apprezzate dai chitarristi jazz, sia per la loro eleganza, sia per il loro bellissimo timbro. Fra i musicisti che la suonarono ci furono Chet Atkins e Johnny Smith. La raffinatezza dello strumento si può notare dalla decorazione del battipenna, della cordiera, della paletta e dal fregio a punta nella parte terminale della tastiera.FIG.6 EPIPHONE: Epiphone Emperor (1942) Questa arch-top acustica fu lanciata nel 1936 per rivaleggiare con la Super400 della Gibson. Le dimensioni della cassa dello strumento sono mastodontiche per proporre una valida alternativa all’imponente modello Gibson. Questo è un raro modello a spalla incavata prodotto solo per breve tempo dalla Epiphone.

Le chitarre acustiche arch-top

I nuovi generi musicali che già imperversavano nei primi anni del Novecento portavano spesso i musicisti a suonare in ambienti all’aperto o in bische rumorose. Uno strumento a basso volume come la chitarra acustica non avrebbe mai potuto rendere al massimo in ambienti simili. La conseguenza fu dunque il primo tentativo compiuto dalle case produttrici di aumentare il volume dello strumento: la chitarra acustica arch-top.

La caratteristica peculiare dell’arch-top era la lavorazione della tavola, che veniva arcuata tramite processi di compressione o lavori d’intaglio. Mentre le flat-top della Martin furono concepite pensando soprattutto all’accompagnamento e in particolare ai chitarristi folk-country, i nuovi modelli a cassa arcuata si adattavano meglio ai musicisti maggiormente interessati alla componente solista, e non è un caso che furono adottate soprattutto dai chitarristi jazz.

FIG.7 GIBSON L5 (1928) e L5P (1947)
La L5 fu una tra le prime arch-top a rivoluzionare l’estetica stessa della chitarra. Adottò i tagli a “f” al posto della buca e usò un battipenna sollevato sulla superficie della tavola. Notiamo la tavola arcuata nella figura di profilo della L5 del 1928, la finitura sunburst (sfondi scuri sfumati verso il centro in chiaro) e le meccaniche placcate in oro. Subito accanto, la L5P del 1947, un modello a spalla incavata indicato nel nome stesso dal suffisso “P” (Premier). Dal 1949 la Gibson iniziò a usare la lettera “C” (Cutaway, “spalla incavata”). La maggior parte delle L5 è in acero. FIG.8 GIBSON Byrdland (1957)
La prima Thinline insieme alla ES350T. La cassa aveva una profondità di 5 cm (4 cm più sottile delle comuni arch-top elettriche) e anche il manico era più stretto per agevolare i chitarristi. La tavola in abete è stata rivestita dal legno d’acero per creare un effetto particolare. La tecnica delle combinazioni dei legni fu usata dalla Gibson per i suoi migliori modelli elettrici.

Già dalla fine del XIX secolo, Orville Gibson aveva iniziato a costruire chitarre arch-top e nel 1923 lanciò la L5 (Fig.7), seguita nel 1934 dalla Super 400, due tra i suoi più famosi modelli a cassa arcuata (nel 1937, la già voluminosa convessità superiore della cassa della Super 400 fu ulteriormente allargata).

Insieme alla Gibson, altre compagnie produssero importanti modelli arch-top, ad esempio la D’Angelico (Fig.5), D’Acquisto ed Epiphone (Fig.6). Sarà proprio sui modelli arch-top che le compagnie modellarono le loro prime chitarre semiacustiche.

Altre soluzioni: la chitarra resofonica

L’insistente richiesta di mercato portò le case produttrici (soprattutto la Dobro e la National) a sperimentare anche vie alternative e intorno agli anni ’30 venne sviluppato un tipo di chitarra completamente nuovo: la chitarra resofonica o Dobro.

Lo strumento venne concepito partendo dal principio che un cono di risonanza in alluminio, posto all’interno della cassa, avrebbe aumentato di gran lunga il volume. Il timbro era influenzato dal risonatore stesso e dal corpo che, nelle chitarre National, era quasi sempre in metallo. Questo strumento si rivelò l’ideale per imitare le chitarre lap steel hawaiane, ma ebbe molta diffusione anche presso i musicisti blues del periodo (Fig.10).

FIG.9 GRETSCH 7595 White Falcon (1978) La White Falcon dal 1974 fu proposta anche con le due spalle incavate simmetriche simili ai modelli Gibson. La chitarra a sinistra era dotata anche di un collegamento a un impianto stereo. Da notare i bordi oro e il disegno dell’aquila sul battipenna che rendono il modello molto elegante.
FIG.10 NATIONAL Style 0 (anni’30 circa) La chitarra a destra è il modello a risonatore più famoso. Presenta delle decorazioni caraibiche che la ricollegano al genere musicale che più ha sfruttato questo strumento: la musica hawaiana. La piastra circolare perforata al centro della tavola ha lo scopo di ricoprire il risonatore all’interno.
FIG.11 GIBSON Byrdland (1965) Questo a sinistra è un modello di transizione tra la chitarra acustica elettrificata e quella semiacustica. Fu il primo modello Thinline della Gibson (insieme alla ES350T). Da notare la spalla incavata appuntita. La tavola è in acero e la finitura è sunburst.

Prima della chitarra semiacustica: l’elettrica solid body

Fra le soluzioni più importanti che le case produttrici seppero offrire ai chitarristi alla ricerca di maggior volume ci fu l’elettrica a corpo pieno (solid body), conosciuta anche più semplicemente come chitarra elettrica, uno strumento che avrebbe dato un impulso importante anche all’invenzione della chitarra semiacustica.

Già durante gli anni ’30, molte compagnie capirono che il metodo migliore per amplificare una chitarra era quello di servirsi di pick-up magnetici, trasduttori che potevano essere fissati sul corpo dello strumento, tra il ponte e l’incastro della tastiera, in modo da captare le onde sonore emesse dalle corde pizzicate, mandare il segnale al jack e uscire dall’amplificatore. Questi fonorivelatori magnetici potevano essere di diversi tipi: a bobina semplice (una sola bobina), a doppia bobina (per eliminare il fruscio), fluttuante (fissati sul battipenna e non sulla tavola), a barra magnetica (una sola barra per tutte le corde invece di un’espansione polare per ogni corda).

FIG.12 GIBSON: 50th Anniversary L5CES (metà anni ’80 circa). Questa è la versione amplificata della L5 arch-top acustica che abbiamo visto in precedenza. Furono montati due pick-up Humbucker con sei espansioni polari e fu introdotta definitivamente la spalla incavata arrotondata (per un breve periodo anche appuntita).Questo modello insieme alla Super 400 che vediamo sotto è stato fabbricato per il cinquantesimo anniversario della Gibson e per l’occasione ha intarsi speciali al diciannovesimo tasto.
FIG.13 GIBSON: 50th Anniversary Super 400CES (metà anni’80 circa). Anche questo modello, prodotto come il precedente per l’anniversario della casa, presenta degli intarsi speciali al diciannovesimo tasto. La Super 400CES subì negli anni’50 lo stesso tipo di modifiche della L5CES (furono modificate entrambe nel 1951). La sigla CES (inizialmente SEC) sta proprio ad indicare le versioni elettriche delle due acustiche jazz più famose della casa americana. Su entrambi i modelli furono montati, oltre ai pick-up, i comandi sulla tavola per regolare volume e tono e un selettore vicino alla spalla incavata per poter passare velocemente da un pick-up all’altro oppure tutti e due contemporaneamente.
FIG.14 GIBSON: Barney Kessel Custom (1961) Questo strumento presenta una particolarità inusuale per le chitarre a cassa alta: le due spalle incavate (appuntite) simmetriche. Da notare il nome del chitarrista Barney Kessel inciso sulla cordiera. Questo modello presenta decorazioni metalliche color oro e segnatasti in madreperla a “Farfallino” perfettamente adatti allo stile elegante dei chitarristi Jazz.

I pick-up furono inizialmente applicati soprattutto su chitarre acustiche, per esempio sulla Rickenbacker Electro Spanish del 1932, una delle prime acustiche elettrificate in assoluto, e sulla Gibson ES150 del 1936, lo strumento che segnò la conversione della prestigiosa compagnia di Kalamazoo all’elettricità.

Questi modelli permisero di aumentare il volume dello strumento, ma spesso i musicisti si trovarono ad affrontare problemi di ritorni di segnale, generati dal cosiddetto effetto Larsen. Fu proprio questo uno dei motivi che spinse le compagnie a sostituire la cassa vuota della chitarra (la causa principale dei fastidiosi fischi) con una cassa piena riducendo così l’influenza del corpo sul timbro. Fu dunque così, grazie a grandi inventori e visionari quali Adolph Rickenbacker, Lloyd Loar, George Beauchamp, Les Paul, Paul Bigsby, Merle Travis e Leo Fender, che nacque la chitarra elettrica solid body.

Già nel 1931 la Rickenbacker aveva ideato la Frying Pan, una chitarra a corpo pieno così chiamata per la sua somiglianza con una padella (anche se concepita come una lap steel, da suonare per orizzontale), e quattro anni dopo avrebbe concepito quella che molti considerano la prima solid body, l’Electro Model B.

Dagli anni ’40 si diede via una rilevante produzione di chitarre elettriche in serie, ma fu nel decennio successivo che si affacciarono sul mercato le solid body che avrebbero dominato il settore: la Fender Stratocaster (1954), inaugurata pochi anni dopo la Telecaster (Fig.15), e la Gibson Les Paul (1952).

La scoperta della solid body non coincise tuttavia con l’interruzione delle sperimentazioni su strumenti alternativi. Negli stessi anni, molte compagnie si dedicarono ad esempio alla produzione di chitarre acustiche elettrificate in serie, vere e proprie anticipatrici della chitarra semiacustica.

FIG.15 FENDER Esquire (1952) Questa solid body venne prodotta tra il 1951 e il 1970. Il corpo, la disposizione dei comandi e la forma sono praticamente identiche ai famosi modelli Telecaster; quest’ultima presentava però un pick-up anche all’altezza dell’attacco del manico. La presenza di un pick-up in meno non permetteva di usare le tre combinazioni tipiche della Telecaster. Questa Telecaster modificata ci permette di notare ciò che distingue in primis le chitarre elettriche da tutte le altre (acustiche, acustiche elettrificate e semiacustiche): la cassa piena, che riduceva l’influenza della tavola sul timbro. Fu per questo motivo che i costruttori lungo gli anni iniziarono a costruire chitarre con le forme più improbabili e a utilizzare anche materiali diversi dal legno come la plastica.

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Avvicinandosi alla semiacustica: l’acustica elettrificata

Spesso per chitarra semiacustica s’intende una normale chitarra acustica elettrificata, ma in realtà tale definizione non è corretta: il termine semiacustica (semi-solid) si può infatti adattare solo per un certo tipo di modelli che comparirono sul mercato a partire dalla fine degli anni’50.

Con la costruzione di acustiche elettrificate, quali la L5 (Fig.12) e la Super 400 (Fig.13), già viste precedentemente in versione acustica, la Gibson ribadì la sua leadership nel campo delle chitarre arch-top. I nuovi modelli furono adottati da alcuni fra i musicisti jazz più noti del periodo e non di rado scaturivano da una vera e propria collaborazione fra chitarristi e costruttori, una prassi che permise alle case produttrici di sfruttare commercialmente il nome del musicista, che poteva apparire sulla cordiera (come nel caso della Barney Kessel Custom, Fig. 14), oppure sulla paletta (in questo caso vi era proprio la firma del chitarrista).

Nel 1955 le esigenze dei musicisti portarono a un’importante innovazione nell’ambito dell’acustica elettrificata: spesso la cassa profonda delle chitarre arch-top risultava troppo ingombrante e la richiesta di modelli meno voluminosi crebbe. Nacquero così la Byrdland (Fig. 8 e Fig. 11) e la ES350T, chitarre con un nuovo design chiamato “Thinline” (“Linea Sottile”, indicato con una “T” nella sigla dei modelli).

Con questa innovazione la Gibson ridusse la profondità della cassa, che divenne così più sottile e meno ingombrante. Si trattò di un’innovazione che la chitarra semiacustica avrebbe adottato a sua volta.

Solo un ingrediente fondamentale mancava, il prodotto di un’idea geniale, concepita fondendo per la prima volta i principi costruttivi della chitarra acustica elettrificata con quelli della solid body. Un colpo di genio targato, ancora una volta, Gibson.

La chitarra semiacustica

Chiamata anche semi-solid, la chitarra semiacustica sfruttava tutte le recenti innovazioni sia dal punto di vista dei principi costruttivi che della tecnologia disponibile, quali l’uso dei pick-up e la cassa Thinline. A questi elementi ne fu aggiunto un ulteriore: l’inserimento di un blocco di legno che percorreva longitudinalmente l’interno della sezione centrale della cassa armonica.

La cassa, essendo attraversata solo al centro dal blocco di legno, risultava dunque “semivuota”, una soluzione a metà strada fra a un’acustica elettrificata e una solid-body (di lì il nome semi-solid). Il blocco di legno concorreva a una migliore amplificazione dello strumento, limitando sensibilmente le problematiche prodotte dal già citato effetto Larsen.

Allo stesso tempo non si rinunciava al sound caldo e naturale della cassa armonica in legno, facendo della chitarra semiacustica un ingegnoso crocevia fra due tradizioni: “un’unica sintesi fra una chitarra elettrica a cassa piena e a cassa vuota, adatta allo stesso modo al jazz più sofisticato o all’alto volume del rock’n’roll” (Paul Trinka).

FIG.16 GIBSON ES335TDC (1961) La chitarra a sinistra fu la prima chitarra semiacustica della Gibson. I primi modelli vennero fabbricati in finitura naturale bionda, ma negli anni ’60 la ES335 passò al rosso ciliegia. Fu la prima chitarra a presentare due spalle incavate simmetriche. Il blocco di legno che attraversava la cassa all’interno permetteva di fissare una cordiera a perno come nelle solid body.
FIG.17 GIBSON ES345TN (1959) A destra una semi-solid che si distingue dalla precedente per i segnatasti sezionati, un selettore Vari-tone a sei vie e la possibilità di collegare entrambi i pick-up a diversi amplificatori. Di questi esemplari a finitura gialla ne furono costruiti pochi a richiesta.
FIG.18 GIBSON ES330 (1961) Il modello a sinistra, nonostante a prima vista sembri una chitarra semiacustica, è sprovvisto del blocco di legno interno, ha il manico fissato più in basso e monta una cordiera ”vecchio stile”.

La chitarra semiacustica fu lanciata dalla Gibson nel 1958 con la ES335 (Fig. 16 e Fig. 21), lo strumento che, oltre a inaugurare il nuovo principio semi-solid, introdusse la doppia spalla incavata simmetrica e arrotondata.

Sulla stessa linea della ES335, la Gibson produsse anche la ES345 (Fig. 17) e la ES355; entrambi i modelli presentavano le due spalle incavate, il blocco di legno centrale che attraversava la tavola longitudinalmente e la cassa Thinline.

L’ ES345 e la ES355 furono inoltre dotate di tecnologie innovative: la possibilità di collegamento a un impianto stereo e un selettore di variazione timbrica a sei vie chiamato “Varitone”, che però non ebbe grande successo, tanto che molti modelli furono poi riconvertiti al vecchio schema elettrico. La Es330 (Fig. 18) invece, pur avendo tutte le caratteristiche delle altre chitarre semiacustiche, era priva del blocco di legno interno alla cassa armonica.

Il blocco di legno non fu inizialmente adottato dalla Epiphone finché la casa non venne rilevata dalla Gibson (1957). Sebbene infatti alcuni prodotti storici della compagnia restassero in produzione (come la Broadway e la Emperor, Fig. 19), la Gibson propose poi molte copie di sue chitarre sotto marchio Epiphone, fra cui modelli semiacustici, ad esempio la Epiphone Sheraton, una semisolid a doppia spalla incavata con design thinline.

Negli anni ’50 molti dipendenti si staccarono dalla Epiphone per unirsi alla Guild, i cui modelli riflettevano le influenze della casa nel periodo pre-Gibson: una sola spalla incavata, i tre pick-up, l’originale serie di interruttori per offrire un’ampia gamma di combinazioni di pick-up e la forma stessa.

Il design particolarmente elegante era anche uno dei marchi della Gretsch, famosa in tutto il mondo per il modello di elettrificata (non semiacustica) White Falcon (Fig. 9), uno strumento alla cui creazione aveva contribuito il musicista Jimmy Webster, ingaggiato dalla compagnia anche come ideatore di modelli classici e accessori.

La Rickenbacker, compagnia conosciuta soprattutto per le chitarre elettriche solid body, riuscì negli anni ad affermarsi anche con le proprie chitarre semiacustiche dal design innovativo. La Rickenbacker abbandonò la tipica forma del corpo “a otto” per un disegno più “aggressivo”, derivato dalla produzione delle sue solid body.

Entrambe le spalle dello strumento erano incavate e a punta, ma ben diverse da quelle adottate in precedenza da altre case produttrici: si trattava infatti di spalle allungate che avevano ormai perso la loro tradizionale forma curvilinea. Il corpo dello strumento, inoltre, era più piccolo e di conseguenza più facilmente maneggiabile.

Ancora più innovativo era il taglio “a sciabola” sulla tavola (in sostituzione dei classici tagli “a effe”), che oltre a dare un’impronta più moderna allo strumento, divenne il marchio distintivo della casa. La compagnia riuscì inoltre a simulare sui suoi modelli l’effetto stereo grazie a una presa del jack (“Rick-o-sound”), che divideva il segnale inviato dai pick-up in due amplificatori. Ogni chitarra era comunque dotata anche della presa “standard” per il segnale mono.

Un buon modello di chitarra semiacustica Rickenbacker fu la 381V69 (Fig. 20), che apparve in catalogo dal 1968, anche se la compagnia sostiene che il progetto risale a 11 anni prima (un anno prima della prima chitarra semiacustica Gibson).

Negli anni ’60 la Rickenbacker esportò in Inghilterra alcuni dei suoi modelli simili alla 381V69, con la ricomparsa del taglio a effe, manopole nere, circuito mono e tremolo in esclusiva per questi esemplari. Uno di questi fu suonato e pubblicizzato dal leader dei Beatles, John Lennon.


FIG.19 Epiphone Zephir Emperor Regent (anni ’50) Zephyr sta per chitarra elettrica, Regent invece indica la spalla incavata che la Epiphone adottò più assiduamente sugli strumenti elettrificati.La Epiphone si dedicò molto alla produzione di modelli acustici e aveva usato raramente la spalla incavata. La casa fu acquistata a fine anni ’50 dalla Gibson, che produsse copie di molti suoi modelli sotto firma Epiphone.FIG.20 RICKENBACKER 381V69 (1989) Da notare in questo modello l’ originalità della forma e il taglio a “sciabola” sulla tavola, che è ormai divenuto il marchio distintivo della casa.Moltissime Rickenbacker hanno preservato durante gli anni la loro forma particolare e oggi devono il loro fascino proprio al loro aspetto datato.FIG.21 GIBSON ES335TN (1959)

Qui accanto vediamo di lato e dal retro una delle chitarre semiacustiche più famose. Il fondo e le fasce sono in acero, il manico in mogano. TN sta per thinline. Lo spessore sottile della cassa può essere notato nella foto.

Al fascino della chitarra semiacustica non seppe resistere neppure l’eterna rivale, la Fender, che già a metà anni ’60, con la Coronado, aveva lanciato sul mercato senza molto successo la propria thinline elettrica. Il successivo tentativo di guadagnare una fetta di mercato delle semiacustiche avvenne qualche anno dopo, nel 1972, con la Fender Telecaster Thinline, un modello interessante in quanto tentava una strada alternativa: invece di adottare la soluzione con blocco di legno centrale, si scelse di inserirne due, riempiendo ¾ della cassa armonica e ricorrendo a un solo taglio “a effe” sulla tavola. Nel 1976, infine, la Fender adottò in pieno la soluzione Gibson con blocco centrale, producendo così la Fender Starcaster, una chitarra semiacustica che però non ottenne grandi riscontri sul mercato.

Molte furono le compagnie che produssero e realizzano tutt’oggi chitarre semiacustiche, un tipo di strumento che continua a offrire una versatilità unica, essendo adattabile a generi musicali lontani fra loro, nonché la possibilità di gestire volumi alti senza perdere il timbro naturale della cassa armonica in legno. Finalmente molti musicisti erano stati accontentati.

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4 Comments

  1. Visto che sei cosi’ edotto in materia vorrei chiederti un grosso favore.
    Ho comprato un kit per costruire una semiacustica, 2 pik up, 4 potenziometri, un interruttore a tre vie, due condesatori ceramici. Non hai mica idea di come si assemblano ?
    Ti ringrazio anticipatamente
    Bruno

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    • Caro Bruno, grazie per la domanda ma purtroppo non sono così edotto da poterti dire con certezza come muoverti nel montaggio. Ci vorrebbe un liutaio esperto, qualcuno che ti possa dire non solo come assemblare i pezzi ma, all’occorrenza, anche montarli.

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